ERBALUCE

Albaluce, la ninfa figlia del sole e dell'alba, commossa per l'affetto che le dimostravano gli abitanti della zona di Caluso, una cittadina non distante da Ivrea, non riuscì a trattenere le lacrime che, cadute sul calcareo suolo, originarono il vitigno denominato in suo onore ERBALUCE. Se pagana è la leggenda, sacra è la storia che vede Sante Lancerio, cantiniere di Papa Paolo III Farnese, nel favoloso periodo rinascimentale, tessere le lodi dei vini del Canavesano in cui non è difficile scorgere quelli derivanti dall'Erbaluce i cui grappoli, come diceva il Tedeschini, si accendono al sole di caldi riflessi di vivo rame. Le vinacce, normalmente separate dal mosto, sono delicatissime da lavorare in grapperia e richiedono grandi attenzioni, sia nella fase di conservazione che durante la distillazione. Anche quelle, ancora più rare, che derivano dalla preparazione del celeberrimo passito di Caluso sono particolarmente sensibili al passaggio in alambicco ma, come ogni cosa preziosa, gli sforzi vengono davvero compensati dal risultato.

NEBBIOLO DI CAREMA

L'altro grande vitigno che utilizza la Distilleria Revel Chion, con la leggenda non ha avuto, rispetto all'Erbaluce, pari fortuna, ma Sante Lancerio non se lo fece sfuggire parlando dei rossi della zona d'Ivrea: è il Nebbiolo di Carema, ultimo comune Canavesano alle porte della Valle d'Aosta. 
Il vitigno, dai grappoli lunghi una spanna formati da acini tondi con la buccia viola, resistente e tannica, così tanto coperta da cera da apparire annebbiata mantiene ignota la sua storia - e quindi le sue origini - fino al 1300.
 Ma da allora nessuno che si sia occupato di viticoltura in Piemonte come fuori dei confini subalpini, ha più potuto evitarne la citazione e tesserne le virtù. 
Se grandi sono i suoi vini, impareggiabili risultano le grappe derivanti dalle generose e serbevoli vinacce che giungono all'alambicco pronte per la distillazione.